Botta e risposta tra il Maestro Perlati e Roedner
Parte 2.

Caro Maestro Perlati,

Non è la prima volta che ho l’onore di essere chiamato in causa (e citato con nome e cognome) da Lei. Questa volta si tratta della Sua replica al mio articolo Nostalgia di Fesika (Karate Do n.23). Prima di tutto mi spiace di averla innervosita, ma al tempo stesso mi chiedo perché pensi che valga la pena di replicare se, come si legge tra le righe, giudica le riflessioni espresse dagli intervistati a livello di “chiacchiere da bar sport”. Immagino e spero che ci sia un comitato di redazione che valuti se un articolo meriti o meno la pubblicazione su KarateDo, e so per certo che alcuni collaboratori della rivista non sono iscritti alla Fikta: do quindi per scontato che il Suo intervento sia quello di un lettore esperto e non la “voce ufficiale” della federazione.
Fatta questa premessa, e prima di entrare nel merito del Suo articolo, vorrei ricordare, non certo a Lei, che mi occupo di editoria marziale, gratuitamente e per passione, dai primi anni 80: sono stato direttore editoriale di Yoi (ottenendo all’epoca il riconoscimento ufficiale della EAKF) e successivamente redattore e co-fondatore di Karate Oggi, oltre che collaboratore di KarateDo e di Samurai. Credo di poter affermare, senza paura di essere smentito, che in questi trent’anni non ho mai deflettuto di una virgola dalla mia posizione “ideologica”: la difesa intransigente dei valori del “nostro” karate, anche nel decennio travagliato della cosiddetta “unificazione” con la Fik. Altrettanto intransigente sono però sempre stato nel rifiuto di un giornalismo “ufficiale”, “inamidato”, “federale”, secondo il quale tutte le gare sono splendidamente organizzate e a tutte le decisioni ufficiali si risponde solo con un “Oss”. Per me un conto è il dojo, un altro conto la federazione, un altro conto ancora un giornale. Quando ho pensato che una notizia fosse interessante, l’ho pubblicata, senza chiedermi se fosse “scomoda”. Il maestro Naito esce dalla Fikta? Perché far finta di niente? Tanti atleti vivono il doloroso dilemma di dover scegliere fra due insegnanti ai quali sono affezionati: è un argomento tabù? Un centinaio di praticanti ed ex-praticanti parlano tra loro della vecchia Fesika, discutendone pregi e difetti e sognando di ritrovarsi: qual è il problema?
Il limite maggiore del Suo articolo, secondo me, è quello di giudicare un po’ sommariamente coloro che non hanno condiviso le scelte (politiche, non tecniche) del gruppo di cui Lei ed io facciamo tuttora parte. Davvero tanti maestri “hanno perduto l’entusiasmo” per colpa propria, e non per scelte federali subìte e non condivise? E’ davvero sufficiente rammentare loro che “la Fikta è qui! Il Maestro Shirai è qui, nella Fikta!” come fa Lei, per convertirli sulla via di Damasco? Io certo apprezzo la Sua fiducia incondizionata nel Maestro, ma vorrei ricordarLe che la parola d’ordine, nel 1979, era “entriamo nel CONI”. C’è da stupirsi che qualcuno dei “vecchi” (come Montanari, Demichelis, Tammaccaro) non ne fosse così entusiasta? E c’è da stupirsi che al contrordine del 1889 (“Rifacciamo la nostra federazione”) qualcun altro sia rimasto di là? Cosa accadrebbe oggi se ci fosse un nuovo dietro-front? Non credo che le nostre “perdite” siano dovute a mancanza di stima verso il M° Shirai o alla priorità data “all’aspetto fisico-atletico”; molti praticanti e maestri non trovano agevole scegliere tra la coerenza alle proprie convinzioni e l’obbedienza a direttive che non riescono a comprendere e condividere.
Oggi certamente, come dice Lei, sotto tanti aspetti, “pratichiamo un karate che è avanti anni luce rispetto a quello di 30 anni fa”, ma a questa crescita tecnica e spirituale non sempre corrisponde la capacità di richiamare ed entusiasmare nuovi praticanti, come accadeva invece negli anni della Fesika.
E’ vero, il sole volge al tramonto per la nostra generazione, ma è un po’ supponente immaginare che i “nani” si trovino tutti dall’altra parte!
Sergio Roedner

Caro Sergio,
dopo aver ricevuto la tua lettera ti ho cercato per parlarti ritenendo che si trattasse di considerazioni personali inviate direttamente al sottoscritto.
Come sai ci siamo sentiti il 6 c.m., proprio mentre ero all’aeroporto di Roma, ed ero convinto che ci fossimo chiariti.
Ci sono rimasto molto male quando, qualche giorno dopo, mi è stato comunicato che la tua lettera era pubblicata su un sito a me del tutto sconosciuto.
È proprio questo che non mi piace: l’uso scorretto di un mezzo straordinario come internet, la pubblicazione di notizie che, se non vengono smentite, diventano verità anche se gli interessati non sanno dove e quando sono state pubblicate.
Ho già avuto modo di dirti che io sono per un giornalismo completamente libero di esprimersi ma che prima di tutto occorre conoscere nel dettaglio i fatti dopo di che qualsiasi critica costruttiva, utile a migliorare, è ben accetta. Per gli associati alla FIKTA non solo è un diritto criticare ma lo ritengo un dovere perché solo in questo modo si può fare meglio.
Ogni volta che mi hai interpellato sono stato completamente disponibile ma non sono disposto a relazionarmi con chi, senza conoscere i fatti, parla di ipocrisia, di vergogna, o ci invita ad andare dallo psichiatra (non mi riferisco a te ma a quelli che tu indirettamente supporti).
A questo punto devo rispondere pubblicamente alla tua lettera.

  1. “Replico” e sono costretto a rispondere anche alle “chiacchiere da bar sport” perché me lo chiedono dei membri della FIKTA e lo faccio direttamente, mettendoci la faccia, inoltre ritengo dannosa per l’immagine della Federazione la diffusione di notizie approssimative, soprattutto per i giovani praticanti.
  2. Sul giornalismo “ufficiale”, “inanimato”, “federale” ti ho già risposto.

Per esempio, come tu sai, hai spesso criticato il kumite shiai della FIKTA senza conoscerlo e, quando sei stato autorizzato a filmare il Campionato Assoluto, ti sei ricreduto, complimentandoti con il Maestro Shirai e con me.
Forse se ti fossi informato prima avresti evitato commenti inopportuni.

  1. Il rapporto FIKTA – JKA Italia non è mai stato un “tabù” dato che per almeno 2 anni abbiamo mandato circolari federali sull’argomento ed io personalmente ne ho parlato con tutti quelli che mi hanno interpellato, anche con te.
  2. Non è un problema se si parla della vecchia FESIKA (Federazione Sportiva Italiana Karate) che, tra l’altro, io conosco bene cosi come conosco bene tutta la sua storia ma non apprezzo chi ha nostalgia per il passato e, soprattutto, quando si fanno affermazioni del tipo “capacità di richiamare ed entusiasmare nuovi praticanti, come accadeva negli anni della FESIKA!

Meglio sarebbe indicare “come” richiamare ed entusiasmare anziché fare affermazioni generiche.
Per inciso ti comunico che ho ricevuto i complimenti di Luigi Zoja per il protocollo con la FIJLKAM e mi ha ringraziato, a nome di suo padre Giacomo Zoja, perché siamo riusciti a realizzare il suo sogno: penso che il Dott. Giacomo Zoja ne sapesse qualcosa della FESIKA.

  1. Non “giudico” mai nessuno ma esprimo pareri “sommari”, senza “stupirmi”, per chi ha delle opinioni e fa delle scelte avendo una conoscenza “sommaria” dei fatti (posso esprimere anch’io delle opinioni?).
  2. Confermo che una buona parte di praticanti non segue il Maestro oltre l’aspetto “fisico-atletico”.

La “stima” è legata alla “fiducia” che non significa affatto “obbedienza”.
Per “comprendere” occorre “informarsi” e per informarsi bisogna “chiedere”.
Questo tipo di praticanti è lo stesso che afferma che il maestro va rispettato in palestra ma che fuori è una persona come le altre mentre dovrebbe sapere che in palestra il maestro deve essere sfidato e al di fuori deve essere onorato.

  1. Non ho mai pensato che i “nani” si trovino tutti da una parte.

Ognuno di noi può essere un “nano” dipende dal suo atteggiamento.
Comunque, chi non si sente nano può leggere la frase al contrario: “attenzione, quando l’ombra dei nani si allunga significa che il sole sta volgendo al tramonto”.
Colgo l’occasione per chiarire alcuni concetti

  1. È improprio parlare di karate tradizionale e di karate sportivo.

Tutti pratichiamo karate sportivo ma può essere finalizzato ai principi della tradizione oppure più indirizzato alla prestazione ginnico-atletica nelle competizioni: in questo caso è più corretto il termine “karate moderno” (vedi M° Nishiyama: “due sport, uno tradizionale uno moderno”).
È ovvio che, se non basta il battesimo per essere dei buoni cattolici, non basta la tessera FIKTA per essere un buon praticante di karate tradizionale.

  1. Partecipare agli stage è inutile ed illusorio se non è legato al proprio Maestro.

Lo so anch’io che ognuno è maestro di se stesso ma per sapere se uno è pronto a fare a meno di un maestro lo può verificare dallo sviluppo tecnico e mentale dei propri allievi e, soprattutto, dal comportamento personale: se non rispetta gli altri non è pronto.
A questo proposito, per favore, informa i tuoi amici del web che la partecipazione agli stage è consentita solo ai tesserati perché così è stabilito dalle nome fiscali, in caso contrario è attività commerciale, e che non si tratta di una chiusura settaria.
La FIKTA ha sempre lasciato ampia libertà chiedendo solamente di essere informata per evitare contrasti tra i membri della FIKTA stessa.
Credo che nessun maestro sarebbe contento di sapere che un suo allievo ha partecipato ad una gara o ad uno stage senza parlargliene, almeno per educazione.
Anche per quanto riguarda la presenza di spettatori agli stage informali che esistono delle leggi sulla sicurezza che impongono specifiche modalità se sono previsti spettatori e che non si tratta di tenere segreti gli allenamenti ma di evitare procedure impegnative nell’organizzazione degli stage stessi: prima di parlare sarebbe opportuno conoscerle.

 

Beppe Perlati